Insieme: meraviglie!

Occorre, dunque, trovare un nuovo nome. L’Occidente non è più tale. La globalizzazione, in questo primo quarto del primo secolo del nuovo millennio, ha direttamente messo in connessione il suo modello organizzativo con il resto delle culture mondiali. Ne ha di fatto parificato la valenza, costringendoci a dover abdicare ad una pretesa indiscussa primazia: di valori, di principi, di regole e di sistemi, riassunti in quello fondamentale e fondante della libertà.

Libertà personale che ad Est nei sistemi illiberali di Russia e delle repubbliche ex sovietiche e nei regimi autocratici dell’Oriente non precede il valore di doversi sentire inserito nella società, ancorché dirigisticamente ordinata e organizzata, come succede in quella cinese o nei regimi teocratici d’impronta islamica e pure nelle cosiddette democrazie elettive del continente indiano. Ne consegue che viene meno il consueto criterio di distinzione che delinea oltre all’Oriente uno spazio geografico-politico che facciamo fatica ancora a definire Medioriente.

Neppure Israele, nella controversa gestione della guerra contro Hamas, riesce ad attestare un profilo di democrazia capace di testimoniarne i valori fondanti ed imprescindibili rivolti alla tutela dell’individuo e della sua irrinunciabile libertà.

Ad Ovest: da un lato l’individualismo esalta l’interesse personale fino a generare episodi di sopraffazione, quasi tollerati dall’opinione pubblica nel rubricarli come fenomeni di turboindividualismo; dall’altro il capitalismo nelle sue forme aggiornate di turbocapitalismo, declinato dagli Stati Uniti nella proposta dell’America first, esaspera le disuguaglianze fino a mettere in discussione l’identità più genuina degli Stati Uniti, di realtà accogliente, motivo della loro grandezza cumulata nel tempo.

Sono derive che destabilizzano il sistema di valori della cultura occidentale e generano effetti che si proiettano oltre i confini e contaminano il resto dell’Occidente.

Tra i più evidenti l’indebolimento dei principi del diritto internazionale, base irrinunciabile del sistema di convivenza civile e pacifica degli ultimi decenni. Non rispettarne le regole condivise, in nome dell’esigenza di una rapida risposta ai cambiamenti, imposta da una rivoluzione tecnologica epocale, favorisce l’avvio di un preoccupante processo di disumanizzazione.

Pur nella sua evoluzione burocratizzata e iperregolarizzata è ancora nell’Europa che resiste il modello democratico, che pone al centro la persona e ne vuol tutelare i diritti fondamentali, nello stridente e doloroso scenario di una guerra di aggressione alle porte che li nega nelle sue azioni non altrimenti definibili come crimini contro l’umanità.

È dunque in questo Medio Occidente che si rifugia e si conserva quel modello di convivenza che ha consentito mezzo secolo di pace e di benessere? La storia ci affida il ruolo di chi nel custodirne i valori fondanti, lo riaffermi come eredità preziosa, identitaria? A chi il compito di assumersi la responsabilità di rimodellarlo e rilanciarlo, rendendolo capace di sostenere le sfide del cambiamento se non a ciascuno di noi?

Occorre tuttavia prendere atto che la sfida più complessa nel quadro della globalizzazione è quella con la civiltà orientale, soprattutto cinese. Nell’Impero di Mezzo l’individuo vede pienamente realizzato sé stesso, ovvero il proprio progetto di vita e di lavoro, soltanto se si rapporta con gli altri ed antepone a quelli personali gli obiettivi ed i traguardi politicamente assegnati dalla dirigenza statale, in attuazione del piano di sviluppo periodicamente adottato.

La visione confuciana della vita orienta alla condivisione e all’armonia: traguardi che si conseguono evitando rivendicazionismi e conflittualità. Lo scopo è di realizzare una società collaborativa. All’individuo è richiesto di sviluppare il proprio progetto di vita insieme agli altri, in una condizione che gli impedisce di sentirsi solo davanti alle sfide della vita, ma partecipe di un progetto. Che si condivide assumendo un atteggiamento e un’attitudine, frutto di un sistema educativo che, alla personale libertà, antepone l’esigenza per ciascuno di assumersi la responsabilità di unire le forze e compiere insieme il percorso per raggiungere l’obiettivo stabilito.

È sotto gli occhi del mondo intero la celerità della disciplinata impressionante rivoluzione, che negli ultimi anni ha investito il pianeta Cina.

Altrettanto evidente la vorticosa trasformazione che ha investito l’Occidente, travolto da un cambiamento convulso senza regole dove sembra prevalere nella contesa il più abile nell’approfittare delle circostanze dettate dall’innovazione e nel cogliere le opportunità dell’economia del turbocapitalismo.

 

 

I calzolai, Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto (1698-1767)

Pinacoteca Tosio Martinengo - Brescia

La contesa ha fatto emergere il protagonismo del singolo, in un turbo individualismo che trova le sue origini nel modello educativo d’impronta americana orientata a favorire le potenzialità individuali nell’ottica del self-made men, in una sorta di aggiornamento non già dell’esortazione classica della necessità che ognuno sia artefice della sua fortuna, ma che lo divenga anche in sregolata concorrenza e a discapito degli altri.

Il modello che si è affermato, plasmando l’intera società occidentale, se da un lato ha fatto emergere campioni di successo indiscusso, dall’altro ha nei fatti cancellato la necessità di educare alla responsabilità che è prima di tutto responsabilità verso sé stessi e poi nel rapporto con gli altri e con il mondo.

Ha così generato una solitudine diffusa del singolo. A ben osservare, la solitudine, più che solitudine, è diventata singolitudine. “Ognuno sta solo sul cuore della terra…” come dice il poeta. Neppure “…trafitto da un raggio di sole…” nel brevissimo periodo che gli è concesso di vivere, ma sommerso dalle tenebre di un’insicurezza esistenziale, che impedisce di rapportarsi e adeguatamente connettersi al vorticoso cambiamento in cui si sente immerso.

Allora le figure di coloro che si rifugiano in sé stessi e si chiudono in casa, i NEET ormai ampiamente diffusi anche nella nostra realtà, scelgono di rapportarsi col mondo attraverso le protesi dei sistemi di comunicazione più avanzati. Lo fanno, tuttavia, sempre in solitudine, atrofizzando la capacità di empatia e l’abilità di rapportarsi con l’altro, condannandosi a vivere uno stato di insicurezza che si traduce in rifiuto del mondo secondo una sorta di neoeremitismo nichilistico. In alternativa, se costretti a porsi in contatto con gli altri, adottano comportamenti che assumono forme di aggressività irrazionali e gratuite, lungo strade che conducono ai margini della società o condannano all’insorgere di patologie, che fanno ricchi psicologi e psicoterapeuti.

L’auspicio che si può formulare scaturisce dall’esortazione che invita a disconnetersi e a sottrarsi alla sottile tenace tirannia dello smartphone, ad alzare gli occhi e a guardare il cielo, incrociando quelli dell’altro, a sorprendersi delle dinamiche dell’empatia e delle meraviglie che produce, a scoprire i tesori di opportunità che regala la condivisione di cose fatte insieme, di progetti studiati e insieme realizzati, di percorsi compiuti in comunità solidali, riscoprendo una sorta di neocenobitismo adatto ai tempi, che, attuando le dinamiche della relazionalità orizzontale e apprezzando le sue grandi potenzialità, possa consentire di valutarne anche i limiti, aprendo il cuore alla verticalità di una dimensione spirituale che possa restituire a ciascuno l’opportunità di ritrovare il profilo di un orizzonte di speranza e di ritrovata serenità.

L’imperativo è dunque di ritrovare sé stessi e riconnettersi con gli altri, scoprendo che lo stare insieme moltiplica in maniera straordinaria le possibilità e, per chi crede, se si sta insieme per insieme constatare i propri limiti e chiedere aiuto per rimediarvi, Dio è lì.

 

 

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